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LA LINGUA SERPENTINA Stampa E-mail
UNA LINGUA DIALETTALE IN CODICE DEI CONTADINI SALENTINI DI UNA VOLTA

Ancora non ho trovato una spiegazione plausibile ed esauriente al fatto che, fino ad alcuni decenni fa, nell'area salentina, e quindi anche a Squinzano, il mondo contadino facesse spesso uso di un linguaggio cifrato, di una forma espressiva criptografica, alla cui origine non c'era certamente, come qualcuno ha pure supposto, una finalità ludica, di puro giuoco e divertimento, e neanche, credo io, una dimostrazione abile di “sciogliliguagnolo” sciolto. Si trattava della famosa lingua serpentina, come emblematicamente era denominata, che si otteneva con la deformazione e alterazione sistematica di ogni parola del dialetto attraverso l'inserimento, a partire dall'inizio di ogni termine, e tra sillaba e sillaba, dei monemi: SE o CUTI.
Sicchà© la parola “scemu” (“scemo”) poteva diventare SESCESEMU oppure CUTISCECUTIMU; “Schinzanu” (Squinzano) diventava SESCHISENZASENU oppure CUTISCICUTINZACUTINU; “patrunu” (padrone) si trasformava in SEPASETRUSENU oppure CUTIPACUTITRUCUTINU e così via.

Ora una giustificazione piuttosto fondata di questa stranezza sembra potersi rinvenire nello stesso contesto storico–sociale di questa nostra terra; un lembo territoriale di frontiera, che nel corso dei secoli ha conosciuto mille padroni: bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi e, ben ultimi, piemontesi! Da sempre quindi la Terra d'Otranto è stata vessata da dominatori stranieri, che, grazie all'esosità del sistema feudale, hanno saputo sfruttare intensamente le campagne e con esse, soprattutto i contadini che le lavoravano.
La solidarietà tra sudditi oppressi perciò ed il bisogno di comunicare senza farsi comprendere dal padrone aguzzino, nello stesso tempo temuto e riverito, avevano stimolato l'ingegno e la creatività dei contadini (scarpe grosse...e cervello fino) portandoli a creare un sistema comunicativo, che attraverso quei giuochi fonici permetteva, a chi si esprimeva, di non farsi comprendere da orecchie infide e malevoli. Insomma, un linguaggio gergale molto singolare che, per esempio, consentiva di parlare male anche del feudatario, magari alla sua stessa presenza, e che diventava patrimonio di una classe, che lo usava come sfogo liberatorio davanti al complesso delle sue frustrazioni e repressioni.

Più di tanto non si può dire, perchà© questo curioso fenomeno comunicativo, tra gli studiosi delle tradizioni popolari, è rimasto pressochà© in ombra, quando non è stato liquidato addirittura come un semplice giuoco verbale tout court.

La cosa più certa è che oggi la lingua serpentina è scomparsa, non serve più per i fini per cui era nata.
La si può riscoprire solo in qualche scheggia di memoria di persona anziana, oppure in forme nuove e ancor più ermetiche, ma per finalità ben diverse, sulle bocche di quelli che pomposamente si fanno chiamare "addetti ai lavori”.

N.D.R.: oggi lingue o linguaggi cifrati si usano tra i venditori ambulanti di tessuti per non farsi capire dagli astanti possibili clienti (es. sambu per dire "taci" oppure "foreggia la caggia co lu caggiu /uzza/ per dire “fai sparire la merce o la persona perchà© qualcuno sta capendo il trucco" o roba del genere), alla vendita all'asta del pesce all'ingrosso sui moli allo sbarco dei pescherecci e, come si vede nei telegiornali, nei saloni delle Borse dove al linguaggio si accompagna una gesticolazione particolare.
Come dire che sia diventata lingua degli affari da lingua dei poveri?

di Angelo CAPPELLO
Dal “Nord – Salento: TREPUZZI e DINTORNI; Cultura, Storia e Varia Umanità” del Luglio 2001.
 

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